Amore, Giustizia e Felicità (Dialoghi)

John: Ciao amico, come stai, è tanto che non ci si vede!

Patrick: Ciao brò! Sì, non ci vediamo da quella volta in cui ci recammo al vulcano. Come stanno andando le cose?

John: Insomma, amico. Sono in un periodo di riflessione. Sai ho fatto delle riflessioni importanti, vorrei parlartene, è da un po che voglio farlo. Ho bisogno di esprimerle, ed ho aspettato di incontrare te perché temo di poter scuotere la consapevolezza delle altre persone. Non sempre infatti sapere la verità è utile, spesso il richiamo ad essa è causato da una situazione di dolore, infatti la verità serve solo a placare il dolore, e a nient’altro! Tutti prima o poi devono confrontarsi con essa, perché tutti prima o poi devono confrontarsi col dolore, ma, amico, non vorrei di certo essere io la causa del dolore in qualcuno, quindi spesso astengo il mio giudizio e taccio! Infatti il dolore non è che causato dalla consapevolezza. Ad esempio, quando avviene un lutto, non si soffre per il lutto in sè, ma per la consapevolezza che esso porta. Infatti più si invecchia, meno si soffre il lutto, più invece si è giovani, più se ne è traumatizzati, poiché il lutto rivela una verità prima conosciuta solo in maniera sbiadita. A proposito di ciò, fratello mio, mi ha inquietato parecchio un fatto. Purtroppo è venuta a mancare la figlia dei miei vicini, e ti lascio immaginare la situazione… sentire le urla di una madre straziata è una cosa che non auguro a nessuno, così come il lutto!

Patrick: Amico! Sappi sempre che il dolore grande poi quando va via si porta dietro anche i dolorini! Spesso e’ come quando si è ubriachi! Si soffre, ma poco, e poi quando viene il vomito, si soffre intensamente. Ciò che si prova quando si vuole vomitare è bruttissimo, ma quando il vomito va via, si porta via anche l’ubriachezza, e che sollievo dopo! Dopo non si può che ringraziare quel vomito!

John: Sì amico, a volte è così certo. Ma non provare a giustificare il dolore! Non si può giustificare la presenza della sofferenza nel mondo!

Patrick: Ma possiamo allearci alla sofferenza, e farne un’arma! No?

John: Oh, quello sì, è assolutamente necessario! Comunque, continuando ciò di cui ti parlavo poc’anzi. Ho sentito le urla strazianti di quella madre! Ma le sue parole erano piene di frasi del tipo “non posso vivere senza di te!”, e mi sono posto serie domande sul cosa sia l’amore. Perché? Perché quella madre non diceva “sono straziata per te” ma “non posso vivere senza di te!”. Capisci?

Patrick: Oh, capisco, brutta situazione. In pratica, amico, stai cominciando a comprendere come l’amore non sia altro che egoismo? Stai cominciando a comprendere come una persona spesso non soffra per l’altro in sè, ma per le conseguenze che scaturiscono da una sua assenza? Oh sì, amico, quello è un amore immaturo. Ma ricorda, è amore. Non cadere in pensieri terribili. E’ amore. Solo che è immaturo. Prima di inoltrarci nella conversazione, io partirei da una considerazione di Epitteto, secondo la quale noi non soffriamo per le cose, ma per i pensieri che ci facciamo sulle cose. In questo senso, anche l’amore non è causato dall’altra persona in sè e per sè, ma dai pensieri che essa ci fa nascere dentro, che dipendono in gran parte dalle nostre esigenze emotive. L’amore ci gratifica perché noi siamo esseri limitati! Non siamo autosufficienti, e l’amore ci dà quella sicurezza di non essere da soli, quella sensazione di sicurezza “autorizza” il nostro organismo ad agire nel migliore dei modi, e ci toglie l’ansia della vita, poiché questa non è causata che dalla paura della solitudine, che nasce quando appunto non si è amati. (la ricerca di approvazione è la misura di tutte le azioni umane, poi te ne parlerò). Questa condizione ci permette, quindi, di aprirci senza ansia al mondo, e poiché la sensazione di ansia è la causa della nostra disarmonia (e dunque della nostra sofferenza), senza di essa noi diventiamo armonici (considera l’ansia come una specie di olio che ingolfa il nostro motore), e in conseguenza a ciò entriamo in armonia col mondo. Capito dunque la funzione dell’amore? In ultima sintesi, l’amore è quella cosa che fa sì che una cosa peggiore diventi migliore. Solo che vi sono diversi stadi di amore. Vi è infatti una prima forma di amore, immaturo, che può causare parecchia sofferenza, e nasce quando si pensa che la fonte di esso sia totalmente esterna all’individuo, cioè causata dall’altra persona e basta, e non invece dal nostro stesso bisogno di amare. Ora ti rischiaro un po’ la mente, e comprenderai ancora meglio quanto l’amore sia una forma elevata di egoismo, ok? Quando ti innamori, non ti innamori di un’altra persona, bensì ti innamori di ciò che essa ti fa provare, e più nello specifico ciò che ami è la sostanza che si innesca nel tuo cervello. Quella sensazione, se ti fai ingannare dai sensi, è causata da un’altra persona, perché si scatena quando la incontri, ma, in realtà, è scatenata da noi stessi, perché quella sostanza nasce dentro noi stessi. Ciò che succede, in due parole, è che l’organismo, alla vista di quella persona, comincia a produrre delle sostanze, ma la produzione di quelle sostanze, in potenza, l’organismo la può sempre esercitare, non trovi? Ti spiego in maniera più tecnica. Metti caso che ti innamori, la causa della tua felicità sta nella percezione di sostanze come la noradrenalina, per porre un esempio. Questa sostanza per caso la ricevi dal corpo dell’altra persona o in qualche modo deve essere presente in te la capacità di produrla? E perché la produci proprio alla vista di quella persona? Io credo che l’organismo la produca in seguito a delle valutazioni, del tutto inconsce, che si pone. Perchè in virtù di cosa ti innamori? Ci deve essere una sorta di riflessione adottata dall’organismo che porta quest’ultimo a secernere quelle determinate sostanze che danno vita all’amore. Probabilmente il nostro organismo quando riscontra nell’altro una fonte di sicurezza vantaggiosa ai fini evolutivi, genera delle sostanze capaci di ammaliare la volontà della coscienza indirizzandola verso la ricerca del corpo fonte della nostra evoluzione. E quindi cominciamo ad infatuarci. Ma, tuttavia, passato un po’ di tempo, ci rendiamo conto che quella persona non basta a placare il nostro senso di vuoto. Questo tipo di amore è una forma di divertissment, di evasione da sè. L’individuo trova la sua sicurezza nella possibilità di fuga dall’insicurezza. Per quanto noi possiamo volerlo, non possiamo stordirci per sempre. Con l’avanzare della relazione, ce ne rendiamo conto, quel meccanismo magico comincia a vacillare, e necessita di continue micce in grado di innescarlo continuamente. Tuttavia, ciò che accade è che non ci rendiamo conto che la sofferenza è causata da noi, e pensiamo che l’altro non ci dia più ciò che ci dava prima. In realtà non è cosi. Ciò che accade è che la nostra porzione di cervello emotiva non riesce più a trovare la sua sicurezza nell’altro, e ciò come già detto avviene inconsciamente, e dunque cominciamo a cambiare il modo di rappresentarci l’altro. Nella rappresentazione della realtà è coinvolta l’emozione e le porzioni di cervello inerenti quella sfera danno una forte impronta al modo con il quale valutiamo la realtà. Per porti un esempio, i cibi grassi ci piacciono perché il nostro organismo ci dice che sono buoni, ma il suo giudizio, e dunque il senso del gusto, deriva da una valutazione (di cui noi non siamo coscienti) che ci dice che il grasso è buono per ragioni evolutive, in quanto contiene in sè energie destinate a durare a lungo. Per quanto concerne l’amore, di coppia, credo che vi sia lo stesso processo. Inizialmente l’organismo ci fa percepire come bella e buona una persona in quanto vede in essa un elemento molto significativo ai fini evolutivi, e da questa valutazione inconscia nasce in noi il senso del “bello”, e si scatenano delle sostanze in grado di ammaliare il nostro cervello facendoci percepire la bellezza nell’altra persona, in un processo successivo poi accade che questa porzione di cervello si rende conto del fatto che una persona affianco non basta per sopravvivere, e dunque per tale motivo rilascia sostanze diverse da quelle precedenti aventi lo scopo di distogliere la nostra attenzione da un elemento la cui importanza è mutata. Da questo momento il soggetto comincia a sentire il sentimento in maniera più debole e cominciano i litigi, eccetera.

John: In pratica siamo dei burattini in balia di forze lontanissime a noi e misteriose.

Patrick: Esatto, amico. Ma… non è questo il problema. Se normalizzassimo questa cosa, se la accettassimo, non sarebbe un male, anzi! Ti rendi conto del fatto che noi spesso ci incolpiamo per sentimenti di cui non abbiamo il controllo? Che senso ha questo? Non è tragico? Se invece cominciassimo a vederci per come siamo, avremmo molta più distensione. Nessuna persona dovrebbe sentirsi in colpa per i sentimenti che prova! Nè dovrebbe dare colpa! Comunque, al di là di ciò, continuiamo con la trattazione. Allora. In pratica, nelle relazioni inconsapevoli, accade che non si riconosce il fatto che quella persona non è mutata, cioè non ci si rende conto del fatto che il cambiamento della persona che ci ritroviamo davanti deriva dal cambiamento delle aspettative che abbiamo nei suoi confronti. Sì, a volte l’altra persona veramente si rivela diversa, ma per lo stesso processo di cui ho parlato. Cioe anche quella persona, avendo mutato le aspettative, muta l’approccio. Quindi, ci sei? Ricapitoliamo. La percezione inconscia primaria assegna un significato positivo, che innesca una rappresentazione positiva di quella persona che rilascia sostanze positive. La percezione inconscia secondaria rivaluta questo significato, rimodulando il giudizio che si forma insieme alla rappresentazione e dunque rimodulando il nostro modo di approccio a quell’elemento.

John: Aspetta Patrick! Non correre, cosa è la rappresentazione! Forse ho capito, ma preferirei che fossi più chiaro!

Patrick: Oh sì! Vero! Allora. La rappresentazione di cui parlo io è quella degli stoici. In pratica questi filosofi furono i primi a scoprire o comunque a focalizzare l’attenzione sul fatto che nella percezione della realtà vi è una componente interna ed una esterna. Cioè, mi spiego. Ogni informazione che noi riceviamo è il frutto di un’interazione tra ambiente e cervello. Il cervello capta informazioni dall’ambiente e le rimodula a modo suo, il frutto di questo processo è la rappresentazione. L’esempio più semplice in tal senso è quello della vista. Ciò che noi vediamo non corrisponde a ciò che esiste. Quando vedi un’immagine, vedi ciò che il nostro cervello è riuscito a captare dalla realtà, cioè vedi il modo con il quale il cervello ha messo insieme i dati forniti dai sensi, ma non vedi la realtà noumenica. Ad esempio, tu non vedi i raggi x, anche se essi esistono, perché il cervello non è in grado di captarli. Capito dunque? Realtà e rappresentazione della realtà sono cose diverse. Ciò che ho voluto dire io, con le righe precedenti, è che il modo con il quale la mente si rappresenta la realtà è influenzato dalle valutazioni che essa se ne fa. Queste valutazioni sono atte a creare un certo giudizio, che ci farà agire in un certo modo. Noi non siamo in grado di giudicare, li subiamo i giudizi! E’ tutto un gioco della mente! Rifletti a lungo su queste cose! Ad esempio, perché tendenzialmente a tutti noi piacciono determinate cose? Perché sulla bellezza di una persona concordiamo? Eccetera. Riflettici. Comunque, con tale argomentazione, spero di aver chiarito quanto dicevo sull’amore. Percepiamo una persona come da “amare” perché la nostra mente ce lo dice, e allo stesso tempo la percepiamo come “non da amare” per lo stesso principio. Dunque, non smettiamo mai di amare a causa dell’altra persona, ma a causa nostra!

John: Non so! E se quella persona si rende insopportabile, non è lei la causa del nostro disamore?

Patrick: No amico! La causa del disamore in quel caso dipende da un rapporto di costi/benefici che ci dice che “amare” è più dannoso che “non amare”. Infatti, se noi amassimo quella persona, cercheremmo di aiutarla, di renderla sopportabile. Perchè la compassione è una condizione necessaria e indispensabile nel processo amoroso. Se ti amo, ti aiuto a essere sopportabile. Mi impegno. Questo è. Perché l’amore, come ti ho detto prima, è quella cosa che fa sì che un qualcosa di negativo, diventi positivo. La parola amore è quella che userei per definire il meccanismo attraverso cui la realtà migliora. Amore e bene sono un tutt’uno, secondo me. Spesso l’amore si ha anche nelle relazioni inconsapevoli, e si verifica tra persone che non si amano. Può accadere che vi sia amore tra persone che non si amano. Perché spesso il nostro egoismo porta l’altro a migliorarsi. Ad esempio, se io voglio fare un qualcosa e l’altro no, perché ne ha paura, e io lo porto a superare quella paura, per egoismo mio però, è come se amassi quella persona, perché la sto portando a migliorarsi.

John: Quindi! Anche se nel mondo le persone non si amano, l’amore è presente.

Patrick: Sì, esatto. Per me l’amore, come gia detto, è il processo attraverso cui si giunge al Bene, e alla Giustizia. E non è un sentimento, ma un processo che nasce dal sentimento, è come un’acqua che sgorga da una pompa e annaffia un fiore, cioè è la diretta conseguenza di un sentimento autentico, ma non è un sentire, è un fare. Il motore della pompa è madre natura, la pompa stessa è il nostro corpo che riceve l’energia dalla natura (anche se corpo e natura sono la stessa cosa), e nel rapporto tra noi e gli altri si verifica l’amore/innaffiamento. La gente confonde spesso l’amore con il sentimento. Ad esempio, immagina una situazione nella quale vi sia una persona che ha subito un lutto che abbia di fronte due persone: la prima gli sta vicino, piangendo con essa, mentre la seconda è emotivamente più distaccata, ma gli offre spunti di lettura in grado di riassestare la sua mente. Quale delle due persone, secondo te, sta amando? E in virtu di cosa?

John: beh ovviamente entrambe. Ognuno ha un suo modo di amare. Piangere insieme ad una persona aiuta quest’ultima a sentirsi compresa. Mentre il sentirsi dire discorsi filosofici aiuta la persona a sentirsi aiutata.

Patrick: perfetto, ma l’intensita dell’amore è uguale in tutte e due le persone?

John: Non saprei. La prima persona credo che sperimenti un amore piu profondo, in quanto è riuscita a penetrare piu fondo nell’altra anima, dato che ne condivide il sentimento, visto che piange insieme ad essa

Patrick: ed in virtù di cosa ama di piu? Cosa è l’amore? Secondo me lo stai confondendo con l’empatia

John: per il suo sentire più profondo, l’ama di più

Patrick: non so, non mi convince. Analizziamo la situazione. C’è una persona che soffre. E ci sono altre due persone che stanno reagendo a quella situazione. La prima persona si mostra empatica, ed aiuta in quel modo. L’altra invece vuole rimuovere alla radice i sentimenti, attraverso dei discorsi filosofici del tipo: “non preoccuparti! Chi muore, o sopravvive, e dunque è vivo e magari lo rivedrai, o non se n’è accorto! Non ti dolere, o meglio doliti, ma sappi: la felicità sta nell’amare, quindi se conservi la capacita di amare, niente puo abbatterti”. A mio avviso, la prima persona fa molto poco, perchè condividendo quel dolore così, non fa che aumentarne, o comunque non sminuirne, il significato, e dunque non fa che alimentarlo. Mentre la seconda persona fa di più, perche vuole sminuire il significato dell’evento, e di conseguenza il dolore. Ricorda sempre quanto detto dagli stoici: “non è la morte terribile – senno cosi sarebbe apparsa anche a Socrate – bensì il giudizio che essa sia terribile, ecco cio che è terribile”. Quindi giacche la sofferenza è data dal pensiero stesso che un evento sia negativo, aiutare una persona cercando di smussare il peso di un evento, è molto piu significativo, funzionale e produttivo che semplicemente condividere il dolore. Se si condivide il dolore, il meccanismo che lo ha innescato resta vivo. E quindi in questo senso una cosa negativa non diventa positiva, e non si verifica l’amore.

John: c’è anche un po’ di grigio, in tutto questo. A volte il condividere il dolore aiuta l’altro in maniera più significativa, perché la persona, sentendosi compresa, trova forza, in quanto il capire aiuta l’altro nel suo bisogno di accettazione sociale. E spesso, inoltre, l’altro non vuole consigli razionali, in quanto vuole tornare alla lucidità attraverso l’ascolto delle emozioni, e non attraverso la soppressione di esse. Le emozioni soppresse spesso trovano altre vie di sfogo. Spesso le persone che vogliono sopprimere le emozioni attraverso la pura razionalità, finiscono per sfogare pulsioni quali la rabbia contro esse stesse. Sono comunque d’accordo sul fatto che fondamentalmente l’amore non è altro che il processo attraverso cui si giunge al Bene.

Patrick: effettivamente sì, devo un po’ verificare le mie valutazioni.

John: Spesso occorrono entrambi i tipi di persona. Una che ti ascolta e basta e un’altra che pensa a spingerti. Comunque queste parole mi hanno fatto riflettere su un aspetto. Ci sono effettivamente molte relazioni nelle quali ci si limita all’ascolto, o ci si limita al sentimentalismo, senza andare oltre esso. Alla fine concordo con te sul fatto che l’amore è una cosa che va al di la del sentimentalismo. Spesso anzi il sentimentalismo è utilizzato per mascherare l’assenza di amore, ed accade quando diventa troppo ostentato. Ovunque vi è ostentazione, v’è la necessità della dimostrazione, e se io devo dimostrare qualcosa, spesso è perché non sono sicuro di me stesso, in quanto la dimostrazione nasce per convincere, e siccome una cosa autentica la si vede di per sè quest’ultima non richiede dimostrazione. Le cose autentiche si dimostrano da sole. Se impiego energie per dimostrare, molto probabilmente non sono. Ma comunque non è sempre così. Devo rivedere questo pensiero. Fatto sta che osservando ho colto questo aspetto: che chi dice con insistenza di volere bene ad una persona non gliene vuole.

Patrick: Sì amico, credo anche io sia così. Ed inoltre, l’amore spesso nasce dalla paura. E quando nasce da essa causa danni. L’amore che non nasce dalla paura è un amore fortissimo. E’ un sole. Nasce dalla comprensione, che dà luogo alla compassione e all’empatia. Unisce egoismo ed altruismo. Ogni individuo che sia libero dalla paura (nota bene: libero dalla paura, non senza paura) realizza sè stesso, la realizzazione di sè porta con sè un elevato grado di empatia, in quanto l’opposto dell’empatia nasce dall’indifferenza che a sua volta nasce da considerazioni negative che ci facciamo della realtà (di noi stessi e degli altri), che vengono sciolte quando un individuo si realizza. Quando una persona non vede più ostacoli, o meglio quando sa come inquadrarli nella loro essenza illusoria (cioè quando una persona è conscia che gli ostacoli sono tali solo perché li si reputano tali), ama spontaneamente e meccanicamente. Quando un individuo è veramente felice, attorno a sè vuole vedere persone felici, questo voglio dire, in due parole! L’assenza di umanità nasce sempre da valutazioni negative, consce e inconsce, del reale! Queste valutazioni, come già detto, spariscono quando l’individuo si sente felice. E se sono ancora presenti, sono solo recitate! Riflettici! Comunque, al di là di ciò, ho una domanda da porti. Prima dicevi che condividere il dolore è una forma di amore e abbiamo convenuto che sì, è amore. Ma, ho dei miei dubbi sulla sua eticità. Quella forma di amore non porta al Bene assoluto. Ora mi spiego. Come direbbe Socrate o Parmenide una cosa non può essere e non essere. Se io soffro per fare del bene, non sto facendo del bene a me stesso, in quanto sto appunto soffrendo. Però sì, in un certo senso sto amando, perché l’ascolto dell’altro aiuta quest’ultimo nel suo bisogno biologico di essere capito, come abbiamo detto. Ma non sto amando me stesso! Questo pensiero è in grado di smontare le diciture altruismo ed egoismo e a rimodulare i loro significati. Puoi dirti buono se non sei buono nei confronti di te stesso? Puoi dire di volere il bene se non vuoi il bene per te stesso? L’altruismo che danneggia la tranquillità dell’individuo non nasce dalla volontà del bene, dalla volontà di giustizia, in quanto accade che semplicemente anziche fare del male agli altri, lo si fa a se stessi. Quel tipo di altruismo nasce dalla paura, e più specificatamente quando si preferisce l’accettazione sociale alla giustizia. Piano piano stiamo arrivando alla mia idea di giustizia. Partiamo dalle solite domande. Cosa è per te la giustizia?

John: fondamentalmente la giustizia nasce quando le cose vanno per come devono andare.

Patrick: questa tua dicitura porta con sè diverse domande. Quando sai che le cose vanno in maniera giusta?

John: fondamentalmente quando l’individuo non sente un senso di vuoto e non ha desideri, in quanto l’ingiustizia la si percepisce quando non si ha o non si sente ciò che si vuole avere o sentire. L’ingiustizia nasce da una mancanza.

Patrick: perfetto, quindi possiamo convenire col fatto che l’uomo realizza la sua giustizia quando è felice?

John: io direi più che quando l’uomo è felice realizza la sua giustizia

Patrick: si, ancora meglio. Per riassumere, giacché gli sforzi che compiamo sono rivolti, in ultimissima analisi, alla felicità, la giustizia la si ha quando si è felici. Però, ancora meglio sarebbe dire che la giustizia è lo strumento attraverso il quale l’individuo si costruisce la felicità. In quanto tutto ciò che porta alla felicità è appunto da considerarsi giusto. Cioè se siamo felici, abbiamo usato una giusta metodologia.

John: Aspetta Patrick, ciò che dici può risultare inesatto, in quanto spesso noi traiamo felicità dal danneggiare qualcuno. Ad esempio, se non vado a lavorare e me ne sto tranquillo, qualcun altro sta usurando il suo corpo e la sua mente al posto mio.

Patrick: no amico, non cadermi in cose simili. Tu stai confondendo la felicità con il piacere. Secondo te chi si astiene dal dovere morale è felice? Davvero lo pensi? Analizziamo un attimino quando un individuo è felice?

John: attento che la felicità è una questione soggettiva, ognuno la trae da cose sue proprie.

Patrick: sono d’accordo solo in parte. Secondo me vi sono meccanismi universali senza i quali un individuo non può preludersi la strada della felicità. Vero è che la fonte della felicità è soggettiva, ma è anche vero che se un individuo non soddisfa i bisogni primari che sono essenzialmente sociali non può iniziare la ricerca verso questa fonte. Per porre un esempio ti pongo un’analogia. Paragona la felicità ad un posto di lavoro, e fai conto che ogni posto di lavoro si raggiunga solo attraverso una qualifica. La qualifica è rilasciata solo se ci si comporta in modo adeguato. Un individuo può prendersi una qualifica senza poi lavorare (e dunque può avere i requisiti per la ricerca della felicità, senza essere felice. Cioè può avere dei requisiti e non sfruttarli. Cioè puo comportarsi bene con gli altri ma non raggiungere comunque la felicità) ma non può accadere il contrario. Un individuo non può mai lavorare senza una qualifica, senza un’abilità. Ora ricordati di questo esempio e ragiona con me: un individuo secondo me non può giungere al suo bene senza prima entrare in una sfera morale, in quanto se una persona agisce in maniera immorale, risente inevitabilmente della reazione degli altri che gli preclude la soddisfazione del bisogno biologico di approvazione sociale (da non confondere col bisogno di onori e riconoscimenti), senza il quale l’individuo non può assolutamente trovare pace nella sua coscienza. Spesso inoltre capita che l’individuo non abbia quest’approvazione e anziché comprendere che essa la si ottiene dall’esercizio delle virtù morali, lotta interiormente per periodi che possono durare una vita. Ritornando a quanto dicevo prima, sì poi successivamente la fonte diventa soggettiva, in quanto ogni individuo trova il modo con il quale essere felice. Infatti, una volta sentitosi sicuro (e la sicurezza è data dall’accettazione sociale che deriva dall’esercizio delle virtù), l’individuo non fa che mostrare i propri talenti, e nell’esercizio di questi completa la sua felicità (e senza di questi non può completarla, in quanto il senso del sè deve ricevere continue sicurezze, che nascono dall’approvazione sociale e si rafforzano con la preziosità che si esprime agli altri) . Per concludere, almeno oggi, amico mio ti direi che la felicità porta sempre ad un atteggiamento eticamente corretto e all’amore più elevato, in quanto le persone felici non possono avere odio in sè, e non avendolo non possono che emanare, meccanicamente, amore. Le persone felici aiutano anche senza aiutare e senza dire. Come dicevamo poc’anzi, non sempre il parlare aiuta l’altro. Spesso il semplice trasmettere la propria allegria aiuta l’altro molto più che un discorso filosofico, in quanto l’altro percependo l’allegria dentro di sè può innamorarsi di quella sensazione e restarci agganciato, ponendosela come meta. Cioè tu, attraverso la distribuzione involontaria della tua allegria, puoi aiutare l’altro a divenire maestro di sè stesso. Il processo che porta alla felicità nasce quando si comincia a scavare dentro di sè, trovando tutto ciò che la ostacola (esempio sciogliendo i risentimenti e i rancori). Da questa condivisione dell’umore puoi insegnare involontariamente e inconsciamente all’altro ad amarsi. Ma non necessariamente la felicità si può trasmettere ed è trasmissibile in questo modo. La felicità la si trasmette anche attraverso la filosofia e il sapere, ma chi cerca di trasmetterla non sente infelicità dentro di sè, nè è mosso da senso di colpa. Chi ha trovato il bene per sè stesso, ha una compassione enorme che lo porta a vedere la felicità dell’altro come un proprio desiderio, ma un desiderio distaccato, in quanto chi ha il bene in sè non necessita di nulla che sia esterno a sè stesso. Questo di cui parlo è l’amore mistico che raramente accade, ma non è che se accade raramente, in potenza non può esistere. Ed è giusto che io ne parli anche se il verificarsi di questo fenomeno è raro. Le cose sono rare in quanto poco presenti, e se sono poco presenti è responsabilità nostra il cercare di renderle presenti.

John: amico, tu hai comunque dentro lo spirito del giovane, sei infatti un giovanotto, a cui la vita ha però dato la necessità di pensare. Arrivati ad una certa età ci si stanca! Comunque, al di là di ciò, la giustizia dei tribunali a quel punto cosa diventa?

Patrick: Sì, sicuramente certe cose le penso perché sono giovane… ma… cosa devo dire se non ciò che reputo più giusto? Inoltre molti tra i promotori della giustizia autentica di cui vorrei parlarti erano anzianotti! Ciò perché la vecchiaia non è altro che uno stadio che si verifica al dissiparsi della materia, la quale si può mantenere attraverso mirati esercizi! Noi possiamo restare giovani, o rallentare di parecchio l’invecchiamento, se ci impegniamo! E, di conseguenza, siamo in grado di mantenere la potenza necessaria all’attuazione della Giustizia, se lo vogliamo! Dunque il problema non sembra stare nelle mie teorie, ma nell’incapacità che hanno gli adulti di applicarle, e più precisamente nella loro perdita di potenza, causata dagli anni.

John: C’è molto grigio giovane amico.

Patrick: Sarà! Comunque! Riguardo alla giustizia dei tribunali. Beh! Quello non è che un tentativo illusorio e vano di fare giustizia, ed è collegato a quanto hai detto tu prima. Arrivati ad una certa età, ci si stanca. La giustizia dei tribunali non mira che all’ordine, cosi come non mirano che all’ordine le vite degli adulti, ormai stanchi della ricerca di sensazioni forti, essi si abbandonano alla routine, anche se quest’ultima poi gli procura dei piaceri e una relativa tranquillità. Ma, bada bene, dei piaceri ed una tranquillità, non la gioia, non la pienezza, e dunque non la giustizia! Ecco, il tribunale è il risultato di questa cultura che si forma negli adulti: cercare di tappare i buchi dove si possono tappare, e accontentarsi! Forse questa necessità deriva semplicemente da cause adattive, che vogliono che l’uomo pensi a preservare il proprio organismo arrivato ad una certa età. Quindi non voglio giudicare. Ma… per rispondere alla tua domanda di prima! La giustizia è quella condizione ove l’individuo non sente la mancanza di nulla, e dunque è la condizione nella quale si prova una gioia mista alla gratitudine. Questa gioia e questa gratitudine portano l’individuo in una dimensione di coscienza nella quale egli sente compassione per tutto. Questa compassione, data dal vedere l’altro come vittima di paure e non colpevole di abusi, fa sì che un individuo cerchi di aiutare l’altro. Ecco dunque quando si verifica la giustizia autentica! La vera giustizia non giudica ed è antitetica a quella ordinariamente riconosciuta come tale. Giustizia non è incolpare, ma aiutare l’altro nella comprensione dei suoi problemi, in quanto il difetto morale nasce dalla debolezza, e quest’ultima non può essere considerata colpa, o quantomeno colui che ha compassione non la vede come colpa, perché glielo dice il cuore. La giustizia dei tribunali non risolve nulla ed anzi aggrava la situazione, in quanto ai giustizieri non basta quella sensazione di vendetta che sentono, perché ciò di cui necessita chi ha subito ingiustizia è solo comprensione. Mentre colui che ha commesso il reato, è vittima due volte. Questa è la verità. Preferiamo non vederla perché siamo deboli. Per comprendere questa verità, occorre semplicemente ascoltare il condannato e comprenderne la storia e poi paragonare la nostra vita alla sua. Magari la sua ingiustizia è il frutto di una giustizia che non è mai avvenuta e di cui siamo indirettamente responsabili! Per concludere ti pongo un esempio: una persona che ruba, è vittima due volte. La prima volta è vittima della povertà, la seconda della galera.

John: Sì! Ma non tutti i poveri rubano! Non può essere una giustificazione questa!

Patrick: Com’è vero che non tutti sono forti. Magari alla variante povertà se n’è aggiunta un’altra e un’altra ancora e quella persona è divenuta tale. Ad esempio vi sono poveri con famiglie forti alle spalle, mentre vi sono poveri cresciuti in modo disattento dai genitori. Se analizzi molto attentamente e dettagliatamente la vita del criminale, ti rendi conto che subisce ingiustizia due volte. Non tutti i poveri rubano, ed è vero, ma non tutti i poveri sono uguali e vivono nella stessa condizione. Non voglio comunque dire nè lasciare intendere che il criminale non compia ingiustizia, sia chiaro! Il criminale non agisce giustamente. Quel che voglio dire, è che in una situazione di ingiustizia, l’ingiustizia è subita da entrambe le parti.

John: mi chiedo se siamo all’altezza della Giustizia, a questo punto.

Patrick: la meraviglia è che se tu realizzi il tuo sè compiendo giustizia su te stesso, l’adempiere al dovere morale verso queste persone diventa oltre che un piacere, un desiderio. La Giustizia non richiede sforzo. Come ho detto prima, se il bene che vuoi all’altro ti turba, non stai compiendo il Bene assoluto, in quanto stai danneggiando te stesso. Cioè stai rompendo una cosa per aggiustarne un’altra. Non è questa la Giustizia! Giustizia è essere felici ed essere veicolo di felicità.

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