Religiosità razionale (Dialoghi)

Ci trovavamo nei pressi di un ruscello, accanto ad una barca pronta a ricondurci nell’altra parte della sponda non appena lo volevamo. Eravamo io, Patrick, un mio amico che insegna filosofia, ed il prete John, nostro amico, e c’eravamo avventurati in quel posto, di cui tutti parlavano ma in cui pochi erano andati, effettivamente. Il luogo era posto su di un’altura, e si trovava in una montagna intersecata ad un vulcano. I due luoghi erano così uniti ed avevano una conformazione strana, che aveva appunto due cime. Noi eravamo nell’altura più alta, e da lì potevamo scorgere l’altura più bassa, che era quella da cui scorgeva la lava in fase di eruzione. Si narrava che un tempo alcuni illustri uomini, trovatisi lì, riuscirono a salvarsi dall’eruzione recandosi in quest’altura più alta.

Era bellissimo. Lì avevamo una completa visione! Vedevamo tutto! Dal villaggio, alle piane sottostanti il vulcano, e percepivamo la bellezza dell’acqua che sgorgando dava vita a tutte le cose, saziando le piante, che a loro volta erano mangiate dalle pecore, che a loro volta erano utilizzate dagli uomini.

Percepivamo ahimè la lava, anche. Vedendo come essa riuscisse a distruggere tutto ciò che era stato possibile grazie all’acqua.

A tal punto a Patrick sorse una domanda, spontanea:

.Patrick: John, secondo te l’acqua è positiva o negativa per le piante e per noi viventi?

. John: scusami, che domanda è, ovvio che è positiva, permette ad esse di crescere e di prosperare.

.Patrick: Ma è anche la fonte del loro malessere, senza di essa infatti le piante sì non crescerebbero, ma neanche soffrirebbero.

. John: ah, ho capito dove vuoi andare a parare. In pratica, partendo dall’assunto che all’esistere segue inevitabilmente il soffrire, mi stai chiedendo se sia una cosa positiva l’esistere. Beh è una questione spinosa. Dobbiamo riflettere su tante cose, anzitutto sulla tua premessa. E’ vero che necessariamente all’esistere consegue il soffrire?

.Patrick: Secondo me sì. Anzitutto perché lo vedo dall’esperienza, ma poi anche avendo ragionato a lungo sull’essenza delle cose, sono arrivato a questa conclusione. E ora te la spiegherò. Mi piace parlarne con te proprio perché tu sei un prete, e basi la tua vita sulla fede verso Dio, acconsentendo alla sua volontà, perché ritieni i suoi fini buoni.

. John: Guarda io posso dirti questo, è banale ma spesso non ci si pensa! Sai cosa direi agli esistenzialisti? Semplicemente questo! Oh! La tua esistenza è comunque limitata! Dopo un po te ne vai di qui! Quindi se ti senti abbattuto dal peso dell’esistenza e senti ingiustizia nei riguardi di Dio, sappi che, anche qualora tu non credessi in una vita ultra terrena, questa sofferenza è destinata a sparire insieme all’esistenza! Questo direi ad un pessimista! Quindi per me Dio non è intrinsecamente cattivo! Ci dà sempre una via di uscita!

.Patrick: Aspetta John, procediamo con ordine. Adesso ti spiego perché secondo me al vivere consegue sempre il soffrire. Semplicemente per questo motivo. In virtù di cosa esiste il tutto? Ad esempio io posso essere ancora vivo, perché c’è qualcuno che si sta occupando di lavorare al fine di soddisfare i miei bisogni fisiologici (cibo, vestiti). E sto vivendo perché i miei polmoni stanno respirando, perché il mio cuore sta battendo, perché il mio cervello sta captando le informazioni. Perché ti dico ciò? Per arrivare a questa conclusione: io esisto e sono in virtù di un movimento. Sono composto così perché gli atomi si sono mossi e hanno assunto quella determinata configurazione. Sono nato perché degli spermatozoi si sono mossi. Eccetera. Credo sia molto chiaro che l’esistenza è legata ad un movimento, no? Non può esistere niente senza movimento. Credo questo sia comunque molto semplice da capire. Mica ho scoperto l’acqua calda! Ma allora perché te lo dico? Per questo motivo: ritengo che la sofferenza sia inevitabile proprio per tale motivo. Come dice il Buddha, in quanto la sofferenza non è altro che il prodotto del movimento, è inevitabile. Movimento e sofferenza vanno a braccetto. Così come i contrari vanno a braccetto. Il movimento produce i contrari, e con essi produce la sofferenza. Perché la sofferenza però è legata ad un movimento? Ho spiegato che è legata ma non ancora il perché. Aspetta. Per comprendere ciò basta interrogarsi sulle cause della sofferenza negli uomini. Osserva: per cosa soffriamo noi? Per cose che mutano soffriamo! Per una relazione finita, per un lavoro perso, per cose che non sono più. Quindi comprendi meglio adesso il nesso tra sofferenza e movimento? Da ciò scaturisce che in quanto l’esistenza è sempre collegata al movimento e il movimento è sempre collegato alla sofferenza, necessariamente l’esistenza è collegata alla sofferenza. Da qui la domanda che ho posto prima. L’acqua per le piante è un bene o un male?

.John: Oh! Si comprendo cosa vuoi dire. E’ drammatico certamente tutto ciò. Si sicuramente all’esistenza segue il movimento. Ma ti dirò! Non sempre al movimento segue la sofferenza! Non sempre! Stai attento! Non cadere in cose così! Allora. Poniamo questo ragionamento: cosa è che fa soffrire l’uomo, il movimento in sè, o la non accettazione del movimento? Certe cose sono come un piatto di pasta, se non le assaggi non puoi comprenderle! Così ora io ti invito ad assaggiare questo che ti sto per dire. Devi mettere in pratica ciò che ti dico, e solo dopo potrai rispondere, ok? Quindi rinviamo il seguito di questa conservazione a data da destinarsi, magari tra qualche mese, se sei forte, o tra qualche anno! Ascoltami bene: non te lo dico da credente, da cristiano, te lo dico con la filosofia, visto che a te piace tanto. Dice Epitteto: non sono le situazioni ad essere causa della nostra sofferenza, bensì i pensieri sulle situazioni ad esserlo. Quando qualcosa si muove, noi soffriamo perché eravamo attaccati ad un’idea. Ora ti parlo da scienziato: la nostra mente, probabilmente, non tende ad accettare i cambiamenti per cause adattive, essa infatti nel corso dei millenni ha avuto la necessità di tenere le varie situazioni sotto controllo, e dunque entra in una specie di crisi quando qualcosa le sfugge. Per questo si altera. E cosa deve fare un filosofo? Ti dico filosofo, perché io rispetto la tua scelta di vita e voglio entrare nella tua prospettiva. Io mi sento custode di Dio e credo in Dio ma credo che egli abbia dato ad alcuni uomini il ruolo di difenderlo ed ad altri un altro ruolo, che magari serve perché senza i filosofi ad esempio non ci sarebbe il dibattito e dunque non si rafforzerebbe il discorso su di Lui. Bene, scusa la digressione, ti dicevo, ora ti parlo di come secondo me dovrebbe approcciarsi alla questione un filosofo: il filosofo dovrebbe osservare l’attività della mente e ragionarci tanto. Il ragionamento filosofico più giusto che giustifica la sofferenza è il seguente secondo me. Fondamentalmente, giacché la sofferenza è causata non dal movimento in sè, ma dall’idea che il movimento non debba esserci, occorre che sia corretta l’idea del movimento, ed occorre che il movimento sia accettato e visto come una cosa dovuta e naturale, e occorre pensare che ciò che non è naturale è il pensare che esso non sia naturale. Dunque, come sostengono gli Stoici, quando una cosa ti è sottratta, occorre pensare: “io quella cosa l’ho restituita! Grazie Dio che me l’hai resa, per quel poco tempo! Ora so che quella cosa, com’è servita a me, serve ad altri, e dunque, per giustizia, devo renderla” Questa concezione deve basarsi su assunti però. Non è un qualcosa di meramente consolatorio. E si basa su assunti molto forti a parer mio. Infatti, io, osservando la natura, vedo che l’atomo che vi è in me viene a mancare in un altro essere, ad esempio gli atomi che sono in me mancano nella corteccia di un albero morto. Così arrivo a vedere la morte come un processo di redistribuzione di atomi. Avendo compreso ciò, cambierò la percezione sulla morte e sarò più incline ad accettare il cambiamento di situazione che essa genera. Ma, come detto prima, certe cose sono come un piatto di pasta, devi assaggiarle! Dunque assaggiale! Cioè quando ti imbatti in una situazione di cambiamento, poniti questi ragionamenti e dimmi cosa senti! E comprenderai come il mondo non sia malevolo di per sè, ma che la sofferenza non sia altro che un sintomo che ci avvisa che non abbiamo compreso qualcosa! La felicità non è altro che una sensazione di armonia che deriva dall’aver compreso autenticamente, e con la testa e con il cuore, ossia tramite le emozioni e l’intelletto, l’essenza e la natura delle cose. Dico con la testa e con il cuore perché i concetti si formano sì dalla logica ma anche dal sentimento! Ad esempio non potresti conoscere la Giustizia se avessi la parte emozionale disinibita! Come faresti ad intuire che il fine dell’uomo sta nella felicità se non avessi in te la parte emozionale che ti darebbe la consapevolezza di ciò? I concetti infatti nascono da un’interazione tra emozione e logica. La logica è lo strumento attraverso cui comprendo il modo con cui si agisce per una data cosa, ma è l’emozione che la guida. La logica in sè è come un automobile che trasporta l’essere verso la meta. La meta è la sensazione di pace. Così ti invito ad usare la logica in modo corretto. Ossia, mi spiego meglio, se elabori concetti che ti portano infelicità, non stai usando la logica in modo corretto. E da scienziato potrei dire che il tuo organismo non si sta riuscendo ad adattare all’ambiente. Da filosofo ti dico che questo non adattamento nasce proprio dalla non comprensione e quindi da un cattivo uso della logica. Puoi comprendere ciò che dico solo se provi a usare la logica basata sulla consapevolezza di cui ho parlato prima, nel momento in cui ti accade qualcosa di spiacevole. Sempre basandoti sulla consapevolezza del fatto che “la morte è una giusta redistribuzione di atomi perché la mia esistenza nasce dall’aver sottratto atomi a qualcosa” (e ogni cambiamento è percepito dal nostro organismo come una morte, la quale la identifico come una sottrazione di qualcosa), e poi dimmi cosa senti in cuor tuo. Lì avrai la comprensione emotiva e intellettuale di ciò che sto ora dicendo. Dunque, in ultima sintesi, ti dico: Sì! L’esistenza è inevitabile fonte di sofferenza, ma tu hai la libertà di plasmarla con la sola forza del pensiero, che è sempre libera e mai coercibile se non da te stesso! Quindi non maledire il mondo!

.Patrick: John, effettivamente, riflettendoci, dici cose molto vere. Effettivamente sbagliano i pessimisti, perché hai chiaramente dimostrato dell’esistenza di una via di uscita. E penso che con la sensazione che si prova dopo l’aver “utilizzato” quelle nozioni, avendo avuto la forza di vivere secondo una diversa cultura, con tutte le implicazioni sociali che ne seguono, sì, anche il pessimista può rifarsi! Infatti credo che il senso del convertirsi sia questo, ossia la conversione è la decisione di voler cambiare punto di vista e di trovarne uno più incline alla pacificazione con Dio e l’universo. Eh si effettivamente credo che ciò lo si possa capire solo se lo si prova, ora che ci penso. Perché ad esempio io vedo tante persone ballare in Chiesa felici, lodando Dio. Io trovo ciò assurdo però effettivamente, ora che mi ci fai pensare, deve esserci una qualche causa della loro felicità ed essa deve risiede nel culto di Dio. Non riesco a capire effettivamente quelle persone perché non ho mai provato ad agire come esse. Sì! Hai ragione! Certe cose occorre “assaggiarle”! Però, devo farti delle obiezioni. Riflettendo bene, osservando queste piante, le formiche, mi chiedo cosa è che le muova e le anima. Esse si muovono da sè? Hanno coscienza del movimento? La pianta sa di stare assorbendo anidride carbonica? Dico ciò perché ho fatto un’analogia con l’essere umano. Potrebbe l’essere umano essere, al pari di una formica, essere mosso senza avere però in sè il potere di muoversi? Sembra contorto tutto ciò, e ora mi spiegherò meglio. In pratica, ogni essere è mosso da qualcosa. Ma questo qualcosa, come mi ha illuminato Spinoza, non è altro che Dio. Perché, sempre come mi ha illuminato Spinoza, Dio come fa ad essere separato da ciò che ha creato? Si può dire che in un qualcosa non risieda Dio? Come fa a non risiedere Dio nelle cose? Immagina Dio quando abbia creato le cose, da dove ha preso la sostanza? Da un qualcosa all’infuori di sè? Allora non sarebbe l’unico Dio, perché non tutto sarebbe stato creato da lui, secondo questa ipotesi. Ha preso la sostanza da se stesso e l’ha data a noi? E che fa si separa da se stesso? In questo modo sarebbe limitato, e non sarebbe onnipotente, e non avrebbe il controllo. Se fosse un altro ad avere il controllo, ciò implicherebbe che certe cause non dipendono da dio (ma appunto da quest’altro) e ciò negherebbe appunto l’onnipotenza di Dio. Ma Dio non può non essere onnipotente, perché tutto lui ha fatto. Tutto da lui dipende. Quando costruisci qualcosa, inserisci in essa tutte le combinazioni e interazioni possibili che essa può fare con un’altra cosa, che tu ne sia cosciente o no. Quindi la causa delle interazioni di quell’oggetto non sta nell’oggetto, ma nel creatore. Dunque l’oggetto semplicemente risponde all’ambiente in base alle possibili interazioni che esso ha in potenza di fare verso l’oggetto esterno. Se costruisco un computer che ha in potenza X risposte ad Y stimoli, la causa di interazioni sia potenzialmente positive che negative non sta nel computer, ma in chi l’ha creato. Ma molto più banalmente, si può evincere come l’uomo non abbia l’arbitrio di sè stesso dalla semplice esistenza dell’inconscio, dal semplice fatto che per capire le ragioni del mio comportamento devo prima pensare (anche se devo pensarci per un nanosecondo), si comprende come il moto dell’azione sia inconscio, inizialmente, all’uomo. Ora mi correggo, però: non voglio precisamente dire che l’uomo non è responsabile delle sue azioni, ma che lo è tanto quanto è responsabile delle sue funzioni vitali come ad esempio il respirare. Per caso sei tu a muovere i tuoi polmoni o essi si muovono da sè? E ciò non può essere vero anche per i pensieri? Sei tu a generarli, o li subisci? Cioè semplicemente li percepisci, come percepisci il respiro? Questo ha un’implicazione molto forte. Significa che non sei responsabile delle tue azioni, perché le azioni sono influenzate fortemente dalle valutazioni che si fanno per mezzo dei pensieri. Ma non avendo controllo su quali sono i pensieri che ti vengono in mente, è come se avessi solo la libertà di metterli insieme, e neanche quella, perché non sai come si riesce a costruire un concetto e poi una valutazione. Sai come si ci riesce per caso? Comunque sia, fisicamente è indubbiamente l’uomo che agisce. Ma diciamo che ciò vale anche per una formica. Fisicamente è essa che agisce, ma quando la vedi non ti viene in mente che essa è mossa da altro? Infatti proprio per questo pensiero l’uomo percepisce gli animali come inferiori. Diciamo che sto dicendo questo per farti notare come noi siamo semplice auto-coscienza. Siamo coscienza. Siamo un senso di coscienza noi. Noi siamo semplicemente senso di responsabilità. Non siamo realmente responsabili, però percepiamo di esserlo. Dunque cosa è l’uomo? L’uomo è un senso di responsabilita e nient’altro. Che si rattrista per colpe che non ha e si gasa per meriti che non ha. In realtà non esiste l’uomo in senso unitario. Esiste un senso di unita, ma l’uomo non è un essere unitario, integro. In esso coesistono parti tra loro opposte, e in base a quelle che abitudinariamente vengono fuori l’uomo si costruisce la sua maschera. Ma, se dobbiamo seguire Socrate, una cosa non può accogliere in sè il suo contrario. O è una o è l’altra. Ne segue che se è tutte e due le cose, allora semplicemente non è ne l’una ne l’altra, ma è semplicemente entità capace di accogliere cose opposte tra loro. Questo ragionamento ha dei risvolti pratici, seguendo anche la tua idea di teoria filosofica come strumento pratico e utile all’agire pratico. Ascolta, ci ho riflettuto, guarda in che situazione vive l’uomo: l’uomo non è libero, ed è destinato a soffrire sin quando Dio stesso non venga in suo aiuto, perché la consapevolezza che gli serve (che è quella che dici tu, e credo come te che quella consapevolezza sia l’ancora di salvezza) dipende solo dal moto di Dio. Nessun essere può battere ciglio senza che Dio lo voglia, perché Dio stesso è in ogni essere, essendone la causa. Quindi amico noi possiamo pensare quanto vogliamo che tutto dipenda solo da noi, ma non è così, tutto dipende dal caso. Perché è un caso se Dio abbia deciso di prendersi cura di te e non di un altro. I miei pensieri, la loro fonte, dipendono da Dio. Da dove proviene un pensiero? Sai spiegarlo perché pensi quello che pensi e perché proprio lo pensi in quel momento? Se Dio non mi da in tempo il pensiero che mi libera, io resto ingabbiato. Per questo si può dire che il male esiste. Però sono d’accordo nel sostenere che esso esista, ma solo come pensiero. Infatti esso è solo un pensiero, perché in base a cosa dici che una cosa è male? In base ad un’idea! Tutto cio che esiste deve esistere per com’è, quindi il male non esiste in realtà, ma giacchè io lo percepisco, vuol dire che esso esiste, però per potere risolvere il ragionamento devo ammettere che esso esista solo nel pensiero. E credo che Spinoza volesse dire questo quando faceva differenza tra la realtà esistente come estensione e quella esistente come pensiero. Credo che però Dio stia evolvendo se stesso, però non credo che lo faccia per desiderio, come ho appreso da Spinoza (Dio secondo Spinoza non può desiderare perché il desiderio implica mancanza e Dio non può mancare di niente sennò non è Dio). Sta evolvendo se stesso perché vedo comunque che l’umanità sta migliorando. Credo che l’attuale contesto del 2020 sia diverso dagli altri perché semplicemente sta togliendo le maschere degli uomini. Ma all’orrore per il volto scoperto si sostituirà la voglia di costruire qualcosa di bello, ne sono certo! Credo nel fatto che la materia si stia potenziando. E sono fiducioso per il futuro. Sono grato per il fatto di essere consapevole. Mi sento fortunato nel sapere che tutto dipende da un mio pensiero, perché questa consapevolezza mi ha salvato. Questo da voi cristiani è chiamato Grazia. Però so che il mondo in sè è neutro, che Dio è indifferente perché non ha neanche il desiderio. Posso auspicarmi che ci sia un disegno divino (come direbbe Kant), altrimenti ne dovrò concludere che non ho risolto il mio rapporto con Dio. Penso che adesso sia pronto ad ignorare Dio. Credo che comunque debba fingere di avere la possibilità di autodeterminarmi. Credo che questa pesantezza si trasformerà autonomamente in leggerezza. Dobbiamo ricordarci di non essere padroni di niente solo al momento giusto. Adesso possiamo tornare nell’altra sponda, andiamo John!

. John: oh mio Dio, questo discorso che fai ha implicazioni che fanno un po’ paura! Pensa se tutti gli esseri adesso cominciassero ad agire negativamente, discolpandosi!

.Patrick: non hai compreso che quello pure sarebbe un volere di Dio? Lascia tutto a Dio! Che se la veda lui!

. John: ma come faresti a vivere ragionando in questi termini? Non si sfocia nella follia?

.Patrick: cosa è la ragionevolezza? Non è un agire secondo ciò che reputi giusto? E il giusto dipende dall’opinione dei molti o dall’opinione di chi pensa autenticamente, come direbbe Socrate?

. John: Sii pratico! Io non posso vivere con questa consapevolezza! A parte il fatto che sono un prete! Ma come si fa a vivere così?

.Patrick: Ciò che ho imparato dalla filosofia è che essa apre le porte ad un maggiore rapporto con te stesso, ed in questo ti libera. Ascolta. Se trovi le persone giuste, e se parli senza fare troppi eufemismi, e anzi se addirittura eviti proprio di esporre le tue idee, per evitare appunto di essere guardato male, puoi passare una vita tranquilla. Se percepisci che una persona ha bisogno di rischiarare le idee, aiutala, sennò, pensa a te e vivi tranquillo. Molti non capiranno il perché tu non ti turbi, ma che ci puoi fare? Meglio essere turbati brevemente da un possibile giudizio altrui (da cui comunque dobbiamo liberarci) che tutta la vita da una consapevolezza errata. Tu vivi secondo la tua consapevolezza, sii felice e non pensare ad altro. Pensa alla pace. E poi se ogni cosa accade ed ha motivo di essere, non vuol dire che non ha motivo di essere migliorata! Non devi essere lo sciocco che subisce ogni cosa! Tu devi agire, e devi anche scordarti che non sei tu ad agire, ossia devi entrare nella tua personalità, perché l’incantesimo è bello se percepito con consapevolezza! Agisci, prega affinché il corpo tuo possa sempre agire bene! Secondo me il senso della preghiera è questo: sperare di poter agire bene, in consapevolezza del fatto che la mia volontà dipende da una Volontà superiore (“sia fatta la tua volontà”), come dicono le teorie esoteriche. Paradossalmente adesso sono io, filosofo, che parlo a te, prete, del rapporto con Dio. Come se fossimo due religiosi con due religioni a confronto. Ascolta, sostituisci ai tuoi riti delle pratiche, tutte interiori. Quando accade qualcosa, pensa che l’ha voluta Dio, perché cosi effettivamente è, e che tuttavia Dio agisce anche per mezzo di te, quindi praticamente devi riuscire a cogliere ciò che Dio vuole in quel momento. Questo sempre mentre sei immedesimato nella personalità, perché ricorda che non stai agendo. Però mentre fai finta di stare agendo cerca di capire cosa Dio ti sta richiedendo. E cosa intendo con ciò? Dobbiamo partire da altri assunti. Chissa se finiremo per domani mattina!

John: Non capisco! Prima dici che Dio non ha volontà, poi mi dici che ho necessità di comprendere ciò che Dio mi richiede!

Patrick: Eh sì, amico, in effetti mi sono contraddetto. Anche questi sono i limiti del linguaggio. Riformulo il tutto. Noi abbiamo necessità di comprendere ciò che sia più funzionale per noi, attraverso l’analisi di certi meccanismi. Anzitutto, partiamo dalle stesse parole, per quanti limiti esse possano avere. Abbiamo detto che per agire occorre comprendere ciò che sia più funzionale. Ne convieni?

John: Sì

Patrick: Ok. Quando una cosa funziona?

John: Quando fa ciò che deve.

Patrick: Quali sono le condizioni affinché una cosa possa funzionare?

John: Una cosa funziona quando ha in sè tutto ciò di cui necessita.

Patrick: Sì. Ma questo da dove deriva, se non da un’armonia di fondo? Secondo me, una cosa funziona quando vi è un’armonia tra le sue componenti, una sorta di consapevolezza che le tiene collegate. Ad esempio le microparticelle che ci compongono si attraggono e respingono, ma in virtù di una forza consapevole. Devono tra l’altro per forza avere coscienza, anche tutto ciò che è meccanico deve avere coscienza, perché in virtù di cosa una particella comprende quando spostarsi? E se spostarsi? Non deve avere una coscienza? Ecco. Partendo da questo assunto, possiamo anche concluderne che una cosa funziona quando le componenti sanno cosa fare. Dunque noi funzioniamo quando sappiamo cosa fare. E siamo realizzati quando sappiamo come interagire con Dio, ossia con il tutto. Dunque dalla conoscenza possiamo comprendere quale sia il rapporto più funzionale con Dio. La saggezza è tutto un sapere quando e come muoversi, quando e come agire.

John: è tutto così incasinato! Mi sento frastornato!

.Patrick: spero che questa confusione ti rechi un effetto simile a quello che ricevette Bodhidarma che fu confuso all’estremo e grazie a quella confusione ricevette la leggerezza.

John: comunque! Continua col discorso!

.Patrick: bene! Allora. Sebbene abbiamo riflettuto sul fatto che abbiamo bisogno di conoscere, non abbiamo ancora stabilito il come noi possiamo conoscere ciò di cui necessitiamo per poter agire in maniera funzionale. Partiamo di nuovo dalla domanda. Quando comprendi ciò che Dio vuole da te? Per comprendere ciò occorre ricordare cosa è Dio. Dio sono tutte le cose. Bene. Quindi riponiamo nuovamente la domanda. Quando comprendi ciò che tutte le cose ti richiedono?

John: Io risponderei dicendo che lo comprendo quando comprendo il ruolo che ho nel mondo.

.Patrick: sì sono d’accordo. Quando comprendi il ruolo che hai nel mondo, capisci cosa vuole il mondo da te. Dunque? Qual è la conclusione? Qual è il mio ruolo?

John: beh dipende! Se è il panettiere è quello di sfornare pane. Se è il barbiere quello di tagliare i capelli.

.Patrick: Dobbiamo però essere più precisi. Se viene un ragazzo e mi chiede di tagliargli i capelli alle 9 di sera, devo tagliarglieli?

John: oh certo che no! Alle 9 di sera no!

.Patrick: perché?

John: hai sicuramente bisogno di riposare per quell’ora!

.Patrick: quindi in quel momento ho un altro ruolo, io?

John: beh se la metti così, sì.

.Patrick: quindi noi non abbiamo ruoli precisi e definiti, bensì mutevoli e relativi.

John: sì

.Patrick: questa relatività su cosa si basa? In base a cosa io stabilisco quale sia il mio ruolo e sino a quando esso sia?

John: In base ai tuoi bisogni

.Patrick: quindi dai miei bisogni scopro il mio ruolo

.John: sì

.Patrick: detto questo, possiamo dire che rispondere ad una richiesta sia un mio bisogno oltre che dell’altro? E che i bisogni di Dio, quindi, sono anche bisogni miei?

John: sì, ma che c’è di così strano? Ok! E’ banale.

.Patrick: Andiamo avanti. Da cosa nascono questi bisogni, a loro volta?

John: Beh… diciamo… in assoluto dalla condizione imperfetta nella quale sono nato. Che mi richiede sempre di essere riempita con occupazioni che si creano mediante denaro, eccetera.

.Patrick: E amore! L’amore! L’amore ti richiede la tua condizione imperfetta! Oh stolto di un prete! Hai bisogno di amore per colmare i tuoi bisogni. Perché esso riempie tutto di un energia invisibile eppure molto piu concreta e tangibile di molte altre cose.

John: beh non tutte le persone sposate sono felici, quindi l’amore non è causa sufficiente

.Patrick: te lo dovrei direi io che l’amore non si ha solo in matrimonio? Per amore intendo quella condizione nella quale ami tutto, che deriva dalla comprensione. Tu sei un prete, queste cose non puoi non saperle, no? Secondo te perché il Cristo non odiava? Semplicemente perché sapeva che ogni cosa era Dio, e che se odiava qualcosa, stava odiando Dio, e che se l’amava, stava amando Dio! Ma perché sto parlando di amore? Analizza attentamente i moti delle tue azioni. Per cosa agisci tu?

. John: Già detto! Per soddisfare i miei bisogni!

. Patrick: Vai più in profondità, adesso! Cominciamo un processo introspettivo. Cosa hai fatto ieri, e perché?

. John: In Chiesa, a recitare la messa.

Patrick: Perché ci sei andato?

John: Per esprimere il mio amore verso Dio, e perché è un mio dovere.

Patrick: Aspetta. L’amore si può esprimere in diverse forme, perché hai scelto proprio quella? E perché hai deciso di assolvere a quel dovere?

John: Ho scelto di manifestare il mio amore verso Dio tramite la messa perché così posso conciliare il dovere da cittadino di contribuire al progresso della comunità con il dovere religioso.

Patrick: potresti assolvere a quei propositi anche facendo un altro lavoro, comportandoti da cristiano e rendendo omaggio a Dio così.

John: sì, chiaro, ma preferisco quel modo.

Patrick: e perché?

John: mi rende più felice, più completo

Patrick: ma non basta l’amore per Dio a renderti completo?

John: Beh.. sai! Mi rende più completo perché mi piace la sensazione di trasmettere qualcosa agli altri!

Patrick: E perché ti piace quella sensazione?

John: mi confondi

Patrick: Se scavi, scoprirai che ti appaga perché quello è il migliore modo con cui puoi contribuire alla comunità.

John: Effettivamente, sì!

Patrick: Perché questo? Perché vuoi contribuire nel miglior modo?

John: *Riflette*

Patrick: Perché così gli altri vedrebbero la parte migliore di te, è vero?

John: sì.

Patrick: E ti senti più accettato, più amato

John: sì

Patrick: ecco dunque come ti ho dimostrato che la vita non è altro che una ricerca di amore, tanto meglio sai esprimere te stesso, tanto meglio sei amato, perché tanto più mostri la tua unicità, cioè tanto più mostri lati di te che nessuno ha, tanto più sei ritenuto prezioso dagli altri.

Jack: Sì!

Patrick: dunque, cosa differenzia te, che hai voluto occupare questa posizione per sentirti meglio, da chi attualmente non riesce ad essere soddisfatto della posizione che occupa? Io credo la consapevolezza di sè. Chi non è consapevole di sè, non trova la sua strada, non dà niente al mondo, e non scoprendo la preziosità che ha in sè, non la fa scoprire neanche al mondo. Ed in tal senso il mondo lo considera meno “prezioso”, e giacché è più difficile amare chi non ti ama, ecco che tale individuo rischia di cadere nell’odio. Quest’individuo si differenzia dagli altri per il fatto di non aver capito come amare sè stesso. L’ignoranza che ha di sè non lo fa uscire dal vuoto. Ignoranza e vuoto sono la stessa cosa. Nasciamo ignoranti e vuoti. Comprendendo il meccanismo che ci anima, ci riempiamo. Inoltre tutti cercano l’amore, perché tutti agiscono col fine di essere accettati. L’assenza di amore è la condizione patologica nella quale l’uomo vive da sempre. Ed essa deriva dall’ignoranza, che è la vera e autentica causa della sofferenza. Essendomi ricreduto, grazie al dialogo con te, su quanto sostenevo prima, convengo che non il movimento, non la non comprensione della necessità del movimento, ne niente di ciò, è la causa di ogni male. La causa del male sta nell’ignoranza, perché essa è un ostacolo per l’amore. Ma con ciò intendo dire, scusa la confusione, che l’ignoranza è un male in quanto si fa ostacolo all’amore, perché non permette all’amore di esserci, e a noi di agire. Quindi vi è sempre la mancanza della consapevolezza della necessità del movimento (cioè adeguamento, che non è necessariamente conformismo) tra le cause della sofferenza. Fondamentalmente soffro perche non agisco e non agisco perche non mi amo e non mi amo perchè non sono consapevole su me stesso, sulla mia unicità, e sulla realtà. L’uomo ha bisogno di comprendere il funzionamento di sè stesso e quello della realtà, per poter sentire l’armonia che nasce (da noi chiamata felicità), quando i meccanismi entrano in interazione (la chiamiamo pace). Ad esempio non mi amo perché non mi ritengo all’altezza, mi sento inferiore, mi sento insoddisfatto, ma tutti questi sentimenti nascono dall’ignoranza sugli aspetti unici e preziosi che possiedi e dall’assenza della comprensione che non puoi permetterti di essere infelice, perché la tua sofferenza è sempre ingiustificata, semplicemente perché tutto non ha senso, non ha senso dunque anche essere infelici per cio che non ha senso, non trovi? Ad esempio, che senso ha il ricevere quel complimento, quel regalo, quella considerazione, che senso ha in sè? Ha senso perché ti rende felice, giustamente dirai. Ma puoi basare la tua felicità su questo? Sarai schiavo! Invece attraverso la comprensione della necessarietà delle cose (niente puo accadere diversamente da come accade perché niente dipende da noi in quanto siamo solo auto-coscienza), comprendi come già sei buono cosi, perché per la natura che ti ha creato tu sei buono così, senno ti avrebbe fatto diversamente. Cause meccaniche che neanche lontanamente conosci si sono messe in moto per renderti come sei. Il male stesso, come detto prima, esiste sono nella sfera del pensiero. In quanto male e bene sono modi con i quali giudichiamo la qualità dell’interazione tra noi e la realtà, ma non la realtà stessa. Quando noi siamo felici, ti dirò molto banalmente, vediamo tutto bello, quando siamo infelici, vediamo tutto nero. Con ciò cosa voglio dirti? Che il mondo è neutro, e in base ai tuoi sentimenti interiori dai i giudizi alle cose. Quindi se dentro di te hai sentimenti negativi, ti vedi come brutto. Molto semplicemente. E questi sentimenti possono nascere proprio dal fatto che sono brutto, potrai dirmi. E io ti dico: no. Nascono da un senso di inadeguatezza che magari hai perché non sei stato amato, ma non sei stato amato non perché sei brutto o antipatico ma perché l’altra persona non è stata capace di amare, perché semplicemente non era in armonia col mondo. Perché l’amore nasce da un senso di armonia con le cose, e quest’armonia deriva dalla conoscenza del meccanismo della vita. Da tutto ciò comprendiamo come sì soffriamo perché non agiamo, ma non agiamo perché ignoriamo. Ho compreso che noi vogliamo amare, ma non vogliamo muoverci per aprirci all’amore, in pratica. Perché è l’ignoranza in sè che non ci fa aprire all’amore, perché l’amore non possiamo ottenerlo, bensì lo abbiamo in noi e lo emaniamo quando conosciamo profondamente, cioè intellettualmente ed emotivamente, qualcosa. Essendo l’ignoranza la causa della mancanza della conoscenza, possiamo dire che l’ignoranza è la causa primaria della sofferenza. Spinoza concepiva l’amore come un qualcosa che elevava l’uomo, e secondo Leibniz il male è mancanza di essere, e secondo Spinoza tanto più essere vi è in un uomo tanto più egli ama. E l’amore coincide con la conoscenza intellettuale ed emotiva di Dio. Sapere che tutto dipende solo da Lui, mi fa inizialmente soffrire, ma poi mi porta ad essere leggero, ed in ciò si realizza la Giustizia, che è una condizione cui l’essere tende quando in esso la ragione e l’amore sono in armonia. E ora ti dico questo, per comprendere come interagire con Dio, devi amare, perché l’amore migliora ogni cosa, e quando tu stai migliorando qualcosa, quella sensazione di benessere che senti, è Dio che ti sta dicendo: “perfetto!”. E quando ami, stai servendo qualcosa! E poiché Dio è in ogni cosa, tu quando ami stai servendo Dio! Ecco il rapporto che l’uomo dovrebbe avere con Dio! L’uomo dovrebbe asservirsi a Dio, e dunque asservirsi all’amore, e dovrebbe essere schiavo solo dell’amore.

John: come faccio a capire come amare?

.Patrick: il tuo cuore te lo dirà! Prima fatti felice, sii felice. La felicità è una condizione di armonia. L’armonia si ha dalla comprensione del meccanismo della vita. La comprensione del meccanismo la si ha col tempo. Studia gli esseri umani, viviamo in un periodo storico fortunato, che ci permette di avere informazioni su quasi ogni cosa. Studia la storia. Cerca di capire. Nella comprensione nasce l’amore e l’amore non sbaglia mai. Tu non cercare di amare, cerca solo di comprendere. L’amore viene da sè, ti ripeto, perché è il risultato di un’armonia che si ottiene dalla comprensione. Questa è la comprensione intellettuale di Dio!

John: come faccio a cercare la comprensione verso gli altri, se non li amo dapprima?

.Patrick: ama te stesso! Ama te stesso, capirai che la tua felicità dipende dal rapporto che hai con gli altri, e da ciò avrai la comprensione che ti porterà alla ricerca continua della comprensione! Se ami te stesso e vuoi il bene di te stesso, autenticamente, ti muovi anche verso la via della comprensione, perché poi comprendi che la non comprensione ti genera sentimenti quali rabbia, odio, frustrazione e da ciò stesso sentirai la necessità di trovare risposte e di capire, appunto! Dunque, ricapitolando, amati, così amerai e così sarai felice e giusto verso Dio, in quanto solo l’amore può rendere l’ingiusto giusto, ma poi magari ne parliamo!

Vedi anche: https://cavalcandounsentiero.wordpress.com/2019/01/25/determinismo-e-liberta-dalle-passioni/

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